PREVIDENZA DA ZERO

Sei articoli sulla previdenza degli psicologi

Sono Mauro Grimoldi, consigliere CIG ENPAP, attivo nella campagna contro la riforma previdenziale. Con la serie “previdenza da zero” voglio portarvi nel mondo della previdenza, di cui in questi mesi si è parlato molto e spesso senza chiarezza. Sono articoli volutamente brevi: leggendoli in sequenza avremo le basi per capire come funziona ENPAP e dove finiscono i nostri contributi. Spiegherò anche perché, come me, molti colleghi sono contrari alla riforma imminente. 

Chi paga (davvero) la tua pensione

di Mauro Grimoldi

La tua pensione da psicologo non la paga lo Stato. Non la pagano i colleghi che verranno dopo di te. La paghi tu.
Ma non è sempre stato così: è una decisione politica. Che crea un sistema implacabile.


Il 1995, l'anno in cui cambia tutto

Per capire come funzionano le pensioni degli psicologi dobbiamo tornare al 1995.

All'epoca, per la maggior parte dei lavoratori italiani, la pensione veniva calcolata con il cosiddetto sistema retributivo: si andava in pensione in base all'ultimo stipendio percepito. Non esisteva un rapporto diretto e proporzionale tra i contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa e la pensione che si sarebbe ricevuta.

Oggi può sembrarci strano. Ma quel sistema consentiva pensioni molto superiori a quanto era stato effettivamente finanziato attraverso i contributi.

Negli anni si era così accumulato un enorme debito pensionistico implicito: l'ammontare delle risorse che sarebbe stato necessario accantonare per pagare tutte le pensioni già promesse. Nei primi anni Novanta questo debito sfiorava quattro volte il prodotto interno lordo italiano. Lo Stato aveva assunto impegni previdenziali enormemente superiori alle risorse disponibili. Una situazione non sostenibile.

Nel 1995, con la riforma Dini, la logica cambia radicalmente allo scopo di porre un limite al disastro imminente: nasce il sistema contributivo.

La seconda mossa: il 1996

Per i professionisti privi di una propria previdenza, come allora gli psicologi, il passaggio decisivo arriva con il decreto legislativo 103 del 1996.

Lo Stato compie un'operazione molto importante: affida a nuove Casse, enti privati vigilati dallo Stato, la previdenza obbligatoria di intere categorie professionali, senza finanziare direttamente le pensioni. Oggi le Casse professionali raccolgono circa un milione e settecentomila iscritti.

In termini concreti, lo Stato ha trasferito alle categorie professionali e, in ultima analisi, ai singoli professionisti il compito di provvedere alla propria vecchiaia.

Da quel momento ciascuno costruisce la propria pensione attraverso i contributi che versa. Quei contributi formano un montante, vengono rivalutati nel tempo e, al momento del pensionamento, vengono trasformati in una rendita. Nei prossimi articoli vedremo esattamente come.

ENPAP è una delle Casse nate da questa riforma.

Il sistema implacabile

Per noi psicologi non esiste un sistema precedente: la nostra previdenza nasce fin dall'inizio interamente contributiva.

Questo ha prodotto, nella fase iniziale, un problema molto serio. I primi psicologi che raggiungevano l'età pensionabile avevano potuto versare contributi all'ENPAP soltanto per pochi anni. Si trovavano quindi con montanti molto piccoli e pensioni inevitabilmente bassissime.

Questo perché il sistema contributivo è implacabile: pochi anni di versamenti producono necessariamente poca pensione. Questo momento, non quello attuale, trent'anni dopo, è quello in cui c'è un'emergenza. Oggi, con trent'anni di contribuzione per gli psicologi che vanno in pensione oggi, la situazione è fisiologicamente molto diversa dal passato.

Il principio fondamentale è comunque questo: lo Stato non garantisce la pensione ai professionisti e la pensione che percepiremo dipende essenzialmente da quanto hai versato, da quanto quel denaro è stato rivalutato e dall'età in cui andrai in pensione. Fine.

Il sistema contributivo rende la previdenza più sostenibile. Ma trasferisce sul singolo professionista quasi tutto il rischio di una carriera poco redditizia, tardiva o discontinua. E si, di quanto si è deciso (o si è stati obbligati) a versare.

Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per capire perché le pensioni degli psicologi sono basse.

Di certo, una misura estrema in termini di contributi da versare obbligetoriamente avrebbe avuto senso trent'anni fa. Mentre oggi, a fronte di pensioni che oggi, avviandoci fisiologicamente a carriere contributive complete, si avvicinano ai minimi INPS, si poteva pensare di aprire a una maggiore discrezionalità individuale. Invece, con la riforma, abbiamo fatto esattamente il contrario.

Questa è "Previdenza da zero". Perché la previdenza non deve essere creduta. Deve essere capita.

Prossimo articolo: dove finiscono, concretamente, i soldi che versiamo ogni anno.

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