L’estremo sacrificio

Si sono innamorati di un’idea. Come i crociati, come i martiri.
La loro, però, non è una religione, né un credo, è un’idea piccola piccola, semplice fino a diventare semplicistica: “bisogna aumentare le pensioni”. Al canto ipnotico del mantra, ben condito da irrilevanti coefficienti adorati come idoli sacri, la principale associazione di politica professionale italiana si è immolata.

Scrive Luigi d’Elia, past president di AP: “persone che fino ad un minuto prima erano fervidi sostenitori di principi democratici di partecipazione, trasparenza, collaborazione, una volta eletti e investiti di un micropotere un minuto dopo entrano improvvisamente nella sindrome del Marchese del Grillo…”.

E così oggi, su ogni pagina social disponibile, incluse le loro, prima popolate di fervidi sostenitori oggi ridotti a qualche decina di irriducibili, AP vive il punto più basso di sempre in termini di consenso, dopo avere dato corpo a una riforma previdenziale così radicale da mettere in crisi l'intera comunità professionale.

di Mauro Grimoldi

 Eh già. Altra Psicologia si è progressivamente identificata con un'idea, "aumentiamo le pensioni!" a ogni costo, fino a salire sul patibolo volontariamente. Oggi non c’è comunicazione, neppure sui “loro” canali, opportunamente filtrati e frequentati da sostenitori, in cui la passino liscia. Al di fuori di quelli, è letteralmente rivolta.

Loro si difendono come possono: “misura impopolare”, dicono, come le tasse. Ma le imposte sono destinate a beni comuni: ciascuno contribuisce, ad esempio, al funzionamento dell’ospedale in cui si reca il proprio vicino. Nel sistema contributivo, invece, ciò che verso resta mio. Non vi è redistribuzione, ma una traslazione temporale: dall’oggi al domani. E questo toglie ogni possibile giustificazione in termini di interesse pubblico a una riforma che pochi sembrano digerire.

Cosa è successo

Il 23 aprile la riforma previdenziale è stata approvata dal CIG dell’ENPAP con 33 voti favorevoli e 16 contrari. Dall’ultimo CIG di febbraio era cambiato tutto: in una riunione blindata, con controllo delle foto dei consiglieri e auto della vigilanza privata fuori dalla sede, tutte le forze presenti in CIG, tranne AP, avevano preso atto del livello di disagio diffuso nella comunità professionale e manifestato disponibilità a rivedere la proposta. Ma AP, che detiene una salda maggioranza in CIG, si arrocca, non c’è discussione, sono tutti pronti al voto, compatti e allineati. E’ un esercito, è un muro: la riforma viene approvata praticamente solo da loro.

Le conseguenze

Se la riforma verrà confermata dai ministeri vigilanti, a partire dall’anno fiscale 2027 l’aliquota soggettiva aumenterà di un punto percentuale all’anno fino a raggiungere il 15%. Il contributo integrativo è esposto in fattura ed è a carico del cliente (per chi non lavora con budget prefissati), passerà dal 2% al 4%. Il pagamento è contestuale di soggettivo e integrativo nelle fasi di acconto e saldo.

Perché non piace, parte prima: il piano sostanziale

Aumentare le pensioni attraverso un incremento della contribuzione non genera, nell’economia complessiva dell’esistenza, un vantaggio. Le somme versate nel montante vengono certo rivalutate e distribuite per i mesi di sopravvivenza prevista, al netto dell'inflazione e dopo la tassazione fiscale. In altri termini: per sommi capi non si crea ricchezza (né invero la si perde, rispetto a qualsiasi altro investimento), la si sposta semplicemente nel tempo.

Le nuove aliquote comportano:

  • un aumento del 50% del contributo soggettivo per l’89% dei colleghi che oggi versa il minimo;
  • un raddoppio del contributo integrativo.

Una vera “mazzata”, che costerà a uno psicologo che percepisce 28.000 euro di reddito medio l’anno, circa 2.000 euro in più rispetto a quanto già versava, ovvero, nel caso di esempio, circa 3.400 euro. Totale: 6.400 euro all'anno. Senza deroghe. Una misura oggettivamente gravosa, anche in confronto con altre casse, che impone uno sforzo economico significativo senza alcuna possibilità di modulazione. Le conseguenze sono prevedibili: difficoltà diffuse e, come già molti segnalano, il rischio concreto di ricorso al lavoro non dichiarato.

Il mio caso personale (simile a quello di molti)

Ho personalmente attraversato periodi in cui è stato difficile far fronte alle imposizioni contributive e fiscali, già con le aliquote attuali. I redditi erano bassi e la gestione delle spese complessa. In alcune annualità non sono riuscito a versare i contributi ENPAP, poi regolarizzati con sanzioni e interessi. Esperienza tutt’altro che isolata. Esistono fasi della vita — nascita di un figlio, separazioni, investimenti, momenti di difficoltà — in cui la priorità è sull’attualità. I soldi servono specie quando non sono molti. Ma l’ente è implacabile.

In altri tempi più recenti e meno problematici, pur potendo versare di più, abbiamo preferito risparmiare qualcosa e comprare insieme a mia moglie una piccola casa in montagna (60.000 euro), che affittiamo e rende bene rispetto al valore dell'acquisto.

Questa oscillazione rappresenta il valore della flessibilità: la possibilità di decidere anno per anno, e come usare le risorse, quando ci sono.

Perché è una cattiva riforma parte seconda: il piano della libertà e della flessibilità

Qui si colloca il nodo centrale. L’attuale sistema ENPAP consente, tra poche casse, di modulare l’aliquota soggettiva tra il 10% e il 30%.

Il punto, quindi, non è solo economico.

Quale necessità di imporre ciò che gli psicologi italiani, scientemente, scelgono di non poter versare in un certo anno o di non voler versare, pur potendo farlo, preferendo un altro investimento? Chi può dire che così non va bene, sulla base di astratti calcoli di "coefficienti" che valgono zero se qualcuno i propri calcoli se li è già fatti?

E' un tema di libertà e di fiducia nella capacità dei professionisti di decidere per sé.

Il problema della rappresentanza

Vi è poi un profilo ancora più grave per AP: quello della rappresentanza.

In un sistema democratico, chi esercita un potere delegato dovrebbe orientare le proprie decisioni sulla base del mandato ricevuto.

Su questo piano, la condotta di Altra Psicologia è quella di chi si sente investito di un potere e decide di usarlo comunque, indipendentemente dal dovere di rappresentare la comunità.

Considerando che:

  • La riforma non era presente nel programma elettorale
  • Non è stata annunciata pubblicamente né discussa preventivamente
  • Non è stata condotta alcuna analisi di impatto delle nuove contribuzioni sulla comunità professionale.
  • Le quattro raccolte firme per il NO — circa 11.000 colleghi — sono state ignorate.
  • Il richiamo del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi è stato ignorato.
  • Un’indagine del gruppo “Agire”, che rileverebbe un consenso favorevole nell’ordine dell’1%, è stata ignorata.

Nel loro insieme, questi elementi delineano una scelta deliberata: non consultare la comunità e, sostanzialmente, porsi in diretta contrapposizione con essa.

Una posizione inedita, in evidente discontinuità con la storia del gruppo e, sul piano dell’etica politica, difficilmente giustificabile e che non potrà essere riparata dal tempo. Ben pochi sono rimasti a sostenere AP, che ha dimostrato un preoccupante viraggio verso una posizione radicalmente ideologica e apertamente paternalistica: voi non sapete decidere bene, versate troppo poco, abbiamo provato a convincervi, ora ci pensiamo noi. Nel loro piccolo, un piccolo germe autoritario.

Questo è uno stralcio del mio intervento nel CIG del 23 Aprile: “Colleghi consiglieri: il potere che oggi esercitate non è potere assoluto. Non è ereditario, non viene da un’autorità superiore. È un potere transitorio, fragile, che ci è stato affidato da una comunità che abbiamo il dovere di rappresentare. E rappresentare non significa sostituirsi. Lo sapeva bene l’AltraPsicologia di un tempo che, quando è entrata in Enpap ci è entrata con questo slogan: “restituiamo l’ente ai suoi iscritti”.  Ecco. Quando chi rappresenta si dimentica di questo, si smette di rappresentare gli iscritti e inizia a decidere al posto degli altri, anche se “per il loro bene” non è più rappresentanza. È dogmatismo. E’ ideologia.

Come è finita, lo sapete.

Si può ancora intervenire?

Lo spazio di manovra è limitato, ma non nullo.

È possibile provare ad agire presso i ministeri vigilanti — il Ministero del Lavoro e il MEF — cui spetta l’approvazione definitiva della misura. In tal senso sto predisponendo una comunicazione formale, corredata dalle raccolte firme (oltre 5.500 le nostre, cui si aggiungono le altre iniziative). Difficilissimo che venga annullata, possibile che venga richiesta una revisione.

Ci proveremo.

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