
Perché dire NO alla riforma ENPAP in sette (buone) ragioni
Tra pochi giorni si voterà il primo passo di una riforma che dovrebbe portare, nei progetti della maggioranza Enpap, i contributi previdenziali obbligatori dall'attuale 12% al 20% (soggettivo + integrativo). Lo scopo è alzare le pensioni. Ma il prezzo è un obbligo insostenibile per molti. Inoltre, non tutti possono recuperare la quota che dovrebbe essere a carico del cliente finale. Per uno psicologo medio, con un fatturato annuo di 30.000 euro, significa accollarsi un esborso obbligatorio di 2.400 euro in più all'anno. Sono l'unico consigliere CIG Enpap che ha già dichiarato la propria contrarietà a una riforma estrema, mai annunciata prima e vissuta dai proponenti con un pericoloso spirito paternalistico. Io non ci sto e nell'articolo che segue spiego sette motivi per essere contrari.
di Mauro Grimoldi
Il 23 aprile 2026 il Consiglio di Indirizzo Generale di ENPAP sarà chiamato a votare il primo passaggio formale di una riforma che, nel giro di pochi anni, vorrebbe porterebbe il contributo previdenziale complessivo degli psicologi dal 12% al 20%.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. Non si tratta di un impatto lieve.
Si tratta di una decisione che incide direttamente sul reddito disponibile di migliaia di colleghi.
Nel mio intervento in CIG del 7 febbraio 2026 ho espresso con chiarezza la mia posizione.
Dopo mesi di discussioni, dopo avere tentato inutilmente di sottoporre i motivi per ripensare la riforma in termini più cauti e l'esigenza di informare prioritariamente i colleghi, sono uscito dal gruppo di maggioranza e ho reso pubblica la proposta.
Non sono contrario per principio a ogni riforma previdenziale.
Sono contrario a questa riforma, per come è costruita e per come sta maturando.
Di seguito riassumo i sette motivi fondamentali per dire no.
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E’ paternalistica: siamo obbligati a pagare
Obbligare qualcuno a pagare prima significa togliere qualcosa oggi per restituirlo domani: nulla si crea, in questo sistema, nulla si distrugge.
Oggi ogni psicologo già oggi sceglie quanto versare, dal 10% al 30% di contributo soggettivo. Anzi: il sistema informatico Enpap è già settato automaticamente sul 20%. E a fianco c’è una calcolatore, per stimare la pensione che avrai in base alle tue scelte.
Eppure, l’87% degli psicologi sceglie consapevolmente di versare il minimo.
Io, tra questi, da sempre e convintamente.
Non lo fanno lo psicologo non capiscono. Non perché non siano consapevoli. Gli psicologi italiani non hanno bisogno di un papà saggio che li spingano a pensare al futuro.
Ma perché, ogni volta che uno psicologo fa la sua scelta sul portale Enpap, valuta le proprie priorità.
Lo fa in base alle disponibilità e alle esigenze naturali di un libero professionista con un reddito medio di 28.000 euro annui: casa, figli, stabilità, e, se può, magari, investimenti alternativi.
Perché questa scelta non dovrebbe essere rispettata? Perché essere obbligati a pagare? Perché qualcuno dovrebbe sapere cosa è meglio per gli psicologi?
Trasformare una facoltà in obbligo significa fare del paternalismo, convinti che gli psicologi, con tutti gli strumenti a disposizione, non sono in grado di decidere sul proprio futuro. È una posizione che non condivido.
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Emergenziale: la crisi che non c’è
Le pensioni degli psicologi sono basse. È vero. E allora corriamo ai ripari e li obblighiamo a pagare di più. Ma andiamo per gradi e partiamo dal principio. Il sistema contributivo, legge dello Stato dal 1996, è chiaro, e prevede che ciascuno si paghi da sé la pensione: il montante versato (e rivalutato al momento circa del 3% negli ultimi anni) diventa un tesoretto che viene spalmato per i mesi di vita stimata al momento del pensionamento. Avrai ciò che è tuo, quello che hai versato, al massimo rivalutato, né più, né meno.
Per questo stesso motivo il sistema contributivo ha prodotto pensioni molto basse soprattutto nei primi anni dopo il 1996, anno della riforma Dini, per chi è andato in pensione con carriere contributive brevi, avendo versato poco. È un effetto strutturale che il tempo sta progressivamente correggendo avvicinandoci a carriere previdenziali “complete”, ovvero a colleghi che hanno versato per un periodo ormai vicino ai 40 anni di vita lavorativa attiva.
Avrebbe avuto senso un provvedimento “d’emergenza” nei primi anni, paradossalmente, consentendo oggi una maggiore libertà di scelta. Invece, questa riforma sembra andare nella direzione opposta.
Inoltre, non sembra si sia mai creata un’emergenza sociale.
Un dato. Esiste già una forma di assistenza che permette una sorta di integrazione al minimo pensionistico da parte di Enpap per chi è in reale difficoltà. Ebbene, sorprendentemente non viene utilizzata se non in pochi casi isolati: meno dell’1% dei pensionati attuali, compresi quelli che sono andati in pensione con una rendita davvero bassa. Cosa significa questo? Che non siamo di fronte a una realtà di povertà previdenziale. Gli psicologi sono stati evidentemente capaci di organizzare la propria vecchiaia nella stragrande maggioranza dei casi, anche di fronte a una pensione Enpap da poche decine o centinaia di euro.
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Eccessiva: la tentazione del raddoppio
Passare dal 12% al 20% significa un aumento del 67%. Quasi un raddoppio contributivo. Per un collega medio con un reddito di 30.000 euro l’anno, significa 2.400 euro in più da versare ogni anno.
Il contributo integrativo che, passando dal 2% al 5% verrebbe pagato dai “clienti” non è così per tutti: per chi lavora con budget prefissati, con finanziamenti pubblici fissi (molti dei colleghi che operano nel terzo settore) o per chi, come clinico, abbia fissato tariffe complessive anche questo importo non è affatto “indolore”.
In questi casi anche il contributo integrativo incide direttamente sul reddito disponibile.
Non è neutro. Non è invisibile. Pesa. E ha senso quindi fare la somma 15% (soggettivo) + 5% (integrativo), perché questo sarà l’importo da versare annualmente.
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Illusoria: investimento reale o idealizzazione?
Si dice che pagare di più sia un buon investimento. Ma per quanto la rivalutazione dei montanti previdenziali Enpap sia discreta o anche buona, si deve considerare l’impatto dell’inflazione, e in più il fatto, per nulla trascurabile, che il montante verrà tassato al momento dell’erogazione (del 23% o 35% per la maggior parte dei casi), riducendo di molto la convenienza dell’investimento.
In più, pensare il contributo previdenziale in termini di redditività si scontra con il fatto che si tratta di un versamento obbligatorio, da corrispondere tutti gli anni, che non può in nessun modo cumulato, restituito e non può essere interrotto neppure in caso di emergenze personali: è rigidissimo, non flessibile, inadatto a fare fronte agli eventi della vita.
Un investimento imposto difficilmente è il migliore possibile.
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Missionaria. Pagare di più significa fare meglio?
Chi propone questa riforma sembra investito dal sacro fuoco di una missione salvifica.
E uno degli argomenti utilizzati è che ENPAP sia “rimasta indietro”, “fanalino di coda” rispetto ad altre casse. Ora, è vero: le altre casse prevedono versamenti dal 16% al 23% complessivo.
Ma le metafore non sono neutrali: fanalino di coda o locomotiva per lo sviluppo della propria vita personale e professionale? Per molti professionisti avere un obbligo più contenuto consente di fare fronte alle esigenze quotidiane. Un professionista maturo sceglie liberamente e consapevolmente quanto versare, dove destinare le proprie risorse, se ai problemi contingenti o alla pensione futura.
Portare il contributo al 20% ci collocherebbe, al contrario, tra le casse più esigenti, insieme a professioni come ingegneri e medici che hanno redditi medi che sono un multiplo del nostro.
Avere la percentuale più alta, in questo caso, non è un primato. Non significa essere migliori. Anzi.
La domanda non è quanto pagano gli altri per cercare di inseguirli in una corsa a chi fa pagare di più. La domanda è se davvero obbligarci a pagare di più significhi essere migliori.
Ed è se il modello degli altri sia davvero sostenibile anche per gli psicologi.
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Robin Hood al contrario: un problema di equità
Le riforme dovrebbero essere eque e progressive in base al reddito. Questa funziona al contrario.
L’aumento colpisce solo i redditi bassi e medi.
Non molti sanno che l’aliquota soggettiva si applica solo ai redditi fino a 103.000 euro. Si dice che sia fatto in ottemperanza alla legge, ma non è così, e lo dimostrano le casse che diversificano i tetti ai montanti: 110.000 euro i medici, 130.000 gli ingegneri 180.000 i commercialisti. Alcune casse, inoltre, calcolano il contributo soggettivo in proporzione ai redditi, fine.
In sostanza, per Enpap, chi ha redditi anche molto superiori ai 103.000 euro non viene toccato dalla riforma. Tra questi, ci sono sicuramente molti dei proponenti la riforma stessa, che la propongono sapendo che non li riguarderà.
È difficile parlare di equità quando chi propone una riforma si esenta dalla stessa riforma che ha proposto.
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In silenzio: un problema di metodo
