PREVIDENZA DA ZERO
Sei articoli sulla previdenza degli psicologi
Sono Mauro Grimoldi, consigliere CIG ENPAP, attivo nella campagna contro la riforma previdenziale. Con la serie “previdenza da zero” voglio portarvi nel mondo della previdenza, di cui in questi mesi si è parlato molto e spesso senza chiarezza. Sono articoli volutamente brevi: leggendoli in sequenza avremo le basi per capire come funziona ENPAP e dove finiscono i nostri contributi. Spiegherò anche perché, come me, molti colleghi sono contrari alla riforma imminente.
200.000 euro di montante: quale pensione?

di Mauro Grimoldi
Dal montante alla pensione: le tre trasformazioni
Previdenza da zero — quinto articolo
Quarant'anni di lavoro e un montante di 200.000 euro. ENPAP non ce li restituisce.
Li trasforma in una rendita, attraverso tre passaggi: uno previdenziale, uno fiscale e uno che non possiamo prevedere.
Abbiamo lavorato per quarant'anni e accumulato, immaginiamo, un montante contributivo di 200.000 euro - che è quanto si accumula con un reddito medio di circa 2.000 euro mensili versati costantemente nel corso della vita professionale attiva. Che cosa accade quando andiamo in pensione?
ENPAP non ci restituisce i nostri 200.000 euro, nè li divide in "rate" mensili. Il montante viene trasformato in una pensione annuale che continueremo a ricevere per tutta la vita.
Prima trasformazione: il coefficiente
Per compiere questa trasformazione viene utilizzato un numero fondamentale: il coefficiente di trasformazione. Non lo decide ENPAP: deriva dai dati demografici forniti dall'ISTAT.
Il coefficiente risponde a una domanda: data questa somma, e considerato per quanto tempo mediamente dovremo pagare una pensione al titolare o ai suoi superstiti, quanto possiamo erogare ogni anno?
Con i coefficienti in vigore dal 2025, un montante di 200.000 euro produce una pensione annua lorda di circa 10.500 euro a 65 anni. Aspettando fino a 70, il coefficiente sale al 6,258% e la pensione diventa di circa 12.500 euro lordi. Il coefficiente aumenta con l'età perché, statisticamente, restano meno anni nei quali l'Ente dovrà pagare la pensione.
La parola importante è mediamente.
Il sistema non calcola quanto vivremo noi. Non chiede se siamo uomini o donne, se fumiamo, se facciamo sport, se abbiamo una malattia cronica o se nella nostra famiglia diventano tutti centenari. A tutte le persone che vanno in pensione alla stessa età viene applicato lo stesso coefficiente.
Chi muore prima della media riceverà complessivamente meno di quanto avrebbe potuto ricevere vivendo più a lungo. Chi supera la durata media continuerà a incassare la pensione anche quando la somma ricevuta avrà superato il montante di partenza. Se moriamo a settant'anni e non esistono superstiti aventi diritto, nessuno restituirà agli eredi la parte di montante non ancora "consumata". Se viviamo fino a cento, ENPAP ci pagherà fino all'ultimo mese.
Non è un errore del sistema. È precisamente la sua funzione assicurativa: proteggere ciascuno di noi dal rischio di vivere molto a lungo ed esaurire le proprie risorse. È il motivo per cui la previdenza obbligatoria non è un investimento e non va valutata come tale.
La reversibilità
La pensione non finisce necessariamente con noi.
Il Regolamento ENPAP prevede che al coniuge superstite spetti il 60% della pensione. In presenza del coniuge, a ciascun figlio avente diritto spetta un ulteriore 20%, senza che la somma complessiva possa superare il 100% della pensione originaria.
La reversibilità può essere ridotta se il superstite possiede altri redditi oltre determinate soglie, e cessa se il coniuge si sposa nuovamente. Il Regolamento oggi vigente non stabilisce invece un'età minima del coniuge, non richiede una durata minima del matrimonio e non riduce la reversibilità in caso di significativa differenza di età tra i coniugi.
Una norma in questo senso era stata introdotta dalla legge nel 2011 — quando il pensionato si sposava dopo i settant'anni con una persona più giovane di oltre vent'anni, la reversibilità veniva ridotta del 10% per ogni anno di matrimonio mancante rispetto a dieci — ma nel 2016 la Corte costituzionale l'ha dichiarata illegittima.
Seconda trasformazione: il fisco
Quando leggiamo che con un montante di 200.000 euro avremo una pensione di 12.500 euro all'anno (andando in pensione a 70 anni), stiamo parlando sempre di una pensione lorda.
Ogni rata viene tassata come reddito da pensione attraverso l'IRPEF ordinaria, con le relative addizionali regionali e comunali e con le detrazioni previste per i pensionati. ENPAP opera come sostituto d'imposta: trattiene le imposte e versa l'importo netto.
La percentuale effettiva dipenderà dall'ammontare complessivo dei redditi della persona, dalle detrazioni applicabili e dal Comune e dalla Regione di residenza. Chi riceve soltanto una pensione molto bassa potrebbe pagare un'imposta minima o nulla. Chi continua a esercitare e somma la pensione al reddito professionale potrebbe ricadere in aliquote marginali più elevate.
Perché la pensione viene tassata? Perché i contributi soggettivi versati durante la vita professionale sono stati dedotti dal reddito imponibile. La tassazione non viene eliminata: viene rinviata. Otteniamo un beneficio fiscale quando versiamo e paghiamo le imposte quando riceviamo.
Una buona notizia: con una pensione così bassa - e se il pensionato non percepisce altri redditi - si rientra nelle detrazioni da pensione che ci consentiranno di subire una riduzione complessiva che possiamo stimare intorno al 7%. In questo modo, sempre andando in pensione a 70 anni, i nostri 200.000 euro ci garantiranno una pensione di circa 970 euro, che rimarranno tali per tutta la vita.
La terza trasformazione: quella che non possiamo calcolare
Dal montante alla pensione avvengono dunque tre trasformazioni.
La prima è previdenziale: il montante viene moltiplicato per il coefficiente nazionale e diventa una pensione annua lorda.
La seconda è fiscale: dalla pensione lorda vengono sottratte le imposte e otteniamo la pensione netta.
La terza è biologica, ed è la più imprevedibile: l'ammontare complessivamente ricevuto dipenderà da quanto vivremo noi e, attraverso la reversibilità, da quanto vivranno i nostri superstiti.
Non sappiamo quanto a lungo vivremo. Ma è proprio per questo che esistono le pensioni.
Questa è "Previdenza da zero". Perché la previdenza non deve essere creduta. Deve essere capita.
